sabato 31 marzo 2012

UNA MATERNITA'


E’ stato il colore del sangue a farle sentire il dolore.
Meglio la ferita che questo vuoto.
Prepara un’insalata. Immerge le mani nell’acqua gelata, le dà un gran sollievo.
Una giornata magnifica. Una giornata di cielo sereno con vento.
“Penso che sia proprio quello che ci voleva”
La sua mano si stringe istintivamente a coprire i rebbi della forchetta. Le punte smussate che le hanno dato ferita perfetta. Pane Jules vino bianco finestra camminare erba vermi luccicanti. 

“Mi stai a sentire?”
“Come?”
“Dicevo: penso che sia proprio quello che ci voleva”.
“Be’, già”.
Lui ha inghiottito. Si è sentito una specie di scatto.
Fa’ che no, fa' che no, fa' che no.
Nel riflesso della finestra lo vede allontanarsi.
Chiude gli occhi.

Aveva desiderato quel figlio con una opacità animale.
E ora quel suo gesto privo di senso. Il polso rigato. Il cuore che accelera. Tre grosse pietre nello stomaco.
 “e allora gli vuoi bene al tuo bambino?” la voce di sua madre nella testa. Sua madre, la madre buona.

Il bambino cominciò sotto il sole di aprile. Lo sentiva muoversi leggero nell’acqua, tante piccole bollicine che salivano fino alla gola. La facevano ridere.
Era con lui, e lui con lei.
Non aver paura ti proteggo io.
Oh che bel bambino, il mio bambino, a mollo nell’acqua; un chicco di riso   nella pancia.
E voglio giocare a nascondino, farti la facce buffe, raccontarti tutte le storie del mondo.
Oh che bel bambino, il mio bambino.


Staccarsi non era stato facile.
Era nato, e tutto era andato perso. Finito in fondo a un buco.
La mia pancia è vuota.
Ecco l’angoscia che ritorna.
Ho paura. E’ l’angoscia. Non potrei dire di cosa. E’ qualcosa che pesa su di me. Un blocco di dolore.
Alza gli occhi, si succhia l’acqua dalla ferita.
Non dormo. E lo vorrei tanto. Un sonno lungo senza sogni. In un buio senza minacce.
Taglia a cubetti piccolissimi cetrioli e pomodori.
Non riesco a vincere il senso di solitudine, di paura, di irritazione.
Formaggio, olive, pane.
Non riesco a pensare.
Docile butta gli incarti nel cestino accanto.
Non riesco a stare sola.
Raccoglie alcune briciole che si mette in bocca.
Non riesco a stare con gli altri.
Si tocca le labbra.
Non riesco a prendere decisioni.
Apre una scatola di biscotti.
Mi sono tagliata. E’ un gesto da persone immature, in cerca di attenzioni.
Mangia un biscotto, soffocando le lacrime.
Io non esisto per nessuno.
Vergogna vergogna vergogna
Intorno le altre donne hanno l’aria contenta.
Forse è meglio sparire. Finestra camminare erba vermi luccicanti.
Le grida del bambino la riscuotono.
Vuole rimanere immobile, senza respirare, come un sasso.
Naturalmente, lei è una madre.

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